Il 30 settembre 2025 l’Italia è stata scossa dall’ennesima tragedia familiare: a Paupisi (BN) un uomo è accusato di aver ucciso la moglie e uno dei figli; un’altra figlia è rimasta gravemente ferita. L’uomo è stato fermato dopo alcune ore di fuga. È un fatto che ci lascia senza parole e che, purtroppo, si inserisce in una scia di violenze domestiche e femminicidi che continua a crescere nel nostro Paese. E’ quanto si apprende dall’Ansa.
Quando “non c’è una spiegazione”: cosa succede nella mente
A volte i motivi che scatenano violenza e omicidi sembrano “chiari”: separazioni conflittuali, gelosia, controllo economico, abuso di sostanze. In altri casi, come spesso leggiamo nelle cronache, non emergono segnali evidenti e la domanda che rimane è: perché la mente arriva a gesti così estremi e crudeli, proprio verso chi si ama?
Le risposte non sono mai semplici né univoche. Possiamo però riconoscere alcuni fattori di rischio: isolamento relazionale, difficoltà a gestire emozioni intense (rabbia, vergogna, umiliazione), tratti di personalità rigidi, disturbi dell’umore non trattati, convinzioni di possesso e controllo sull’altro. Questo non giustifica mai la violenza; ci aiuta però a capire dove intervenire prima.
Il punto chiave: saper chiedere aiuto (in tempo)
Un aspetto cruciale, che desidero sottolineare con forza, è imparare a chiedere aiuto quando non stiamo bene: se compaiono paure che offuscano la mente, pensieri intrusivi o aggressivi, fantasie di vendetta, ruminazioni che ci tengono svegli la notte. Cercare una consultazione psicologica non è un segno di debolezza: è un atto di responsabilità verso se stessi e verso chi ci sta accanto.
La presa in carico precoce può prevenire violenza, abuso e maltrattamenti, offrendo spazio per nominare la sofferenza, regolare le emozioni, lavorare sulle credenze distorte e costruire piani di protezione nei momenti di crisi.
Questi gesti feroci non distruggono solo la vita di chi li compie: devastano famiglie, comunità e generazioni, lasciando traumi complessi. Per questo è essenziale che chi subisce non resti sola/o e che chi osserva non minimizzi. Fai attenzione a segnali come:
-
Controlli ossessivi, isolamento sociale forzato, umiliazioni ripetute
-
Minacce esplicite o velate, distruzione di oggetti, gelosia patologica
-
Cambiamenti improvvisi di umore, accesso ad armi o oggetti contundenti, abuso di alcol/droghe
Se riconosci uno o più di questi segnali, parlane subito con un/una professionista o contatta i servizi competenti.
Se ti trovi a Milano, puoi rivolgerti a me, psicologa a Milano Dott.ssa Valentina Calzi per un confronto riservato e un primo orientamento sui passi da intraprendere.
Cosa possiamo fare, oggi
- Parlare: nelle coppie, nelle famiglie, tra amici, a scuola e nei luoghi di lavoro. Dare parole al disagio riduce il rischio.
- Formarci: educazione affettiva, gestione del conflitto, alfabetizzazione emotiva non sono “optional”.
- Fare rete: professionisti, scuole, associazioni, forze dell’ordine e centri antiviolenza devono essere canali conosciuti e facilmente raggiungibili.
Conclusione
Non sempre possiamo capire perché accadono certi fatti. Possiamo però agire prima: chiedendo aiuto quando sentiamo di perdere il controllo, ascoltando chi ci confida paura, intervenendo quando vediamo segnali di rischio. Chiedere aiuto, parlare, è importante e può salvare.
Se senti che qualcosa non va—per te o per qualcuno vicino—fai il primo passo. Non sei sola/o.


